A quindici anni dall’inferno vissuto durante l’assedio durato dal marzo ’92 fino al novembre ’95 quando furono firmati gli accordi di Dayton, la città di Sarajevo dà una sensazione, tutt’altro che superficiale, di una tipica capitale balcanica ripresasi notevolmente dal più lungo assedio della storia bellica.
Il centro storico brulicante di vita, l’aria orientaleggiante che si respira, ma soprattutto la facilità con cui si trovano centri di culto differenti ad un palmo l’uno dall’altro, porterebbe a domandarsi come sia stata possibile una così veloce ripresa da una guerra combattuta tra vicini di casa. Musulmani ,ebrei , ortodossi, cattolici si vedono scorazzare per le vie di Sarajevo, chi più riconosciuto per segni visibili e chi meno perché la religione non lo richiede. Si potrebbe, allora, ritornare a chiamarla la Gerusalemme d’occidente, un mosaico di religioni che si fondono in un unico acquerello.
La varietà religiosa e culturale se, da un lato, si fa simbolo di armonica convivenza , dall’ altro crea un muro invisibile, intangibile seppur concretizzatosi negli accordi del ’95 quando si stabilì la divisione della Bosnia-Erzegovina in due entità: la Federazione ( croato-musulmana) e la Repubblica Srpska di Bosnia. Un muro di Berlino che si respira e che si vive ogni giorno nelle periferie di Sarajevo.
Una Repubblica patriottica che porta alto il nome di Mladic, che continua a cercare la propria indipendenza dal resto del paese, che utilizza le scuole come mezzo di diffusione nazionalista, che vede come un ostacolo al suo progetto di ricostruzione una possibile entrata nell’UE; ed a pochi passi, una Federazione piegata da una frammentazione politica interna portata all’esasperazione, che non riesce ad avere un governo stabile capace di mettere ordine e avere fiducia.
Musulmani contro ortodossi: questa è la Sarajevo di oggi; ma la voce dei cittadini sarajeviti non ha mai smesso di urlare la propria verità. Una verità fatta di una guerra non voluta, caduta sulle famiglie come un macigno che non guarda oppressori e oppressi, mascherata con motivi effimeri,religiosi, che non hanno dato giustificazione alle perdite subite.
Una verità testimoniata da coloro che hanno provato sulla loro pelle i frutti marci di un’organizzazione internazionale come l’ONU, che in quanto ad organizzazione ebbe ben poco non sapendo, o non volendo, evitare un massacro come quello di Srebrenica. Una verità difficile, scomoda, circoscritta ai Balcani che non riesce ad uscire, ad arrivare agli occhi e alle orecchie di chi non ha visto in diretta il conflitto serbo-bosniaco.
Quello che oggi la Bosnia,in punta di piedi, ci chiede è di non dimenticare. Di essere portavoce di quel tragico destino che ha avuto il coraggio di ripercorrere le azioni atroci di un genocidio. “Oggi la vita ha vinto la morte”. Questa è la voce di Sarajevo che, davanti alle lapidi del cimitero di Potocari ,fa memoria chiedendo di perpetuarla ritornando nel proprio paese.
Daniela Buonasera


