Nell’ambito di un disegno di riduzione “lineare” ed indifferenziata della spesa pubblica, si è introdotta negli ultimi anni una decurtazione del Fondo di Finanziamento Ordinario dell’Università di ben 1,5 miliardi di euro, nonostante l’Italia investa nella formazione universitaria circa lo 0,8% del Prodotto Interno Lordo a fronte di una media europea che si attesta oltre il 2%.
Se in una prima fase la riduzione delle risorse ha riguardato tutte le realtà accademiche, ha preso progressivamente forma un modello effettivo di riforma che punta a rompere lo “schema di sviluppo orizzontale” del sistema universitario italiano, introducendo nei fatti quella che si profila sempre più chiaramente come una differenziazione tra Poli Universitari di Primo e di Secondo Livello.
Dall’esercizio di bilancio dell’anno in corso il 7% del Fondo di Finanziamento Ordinario, pari a 525 milioni di euro, viene assegnato sulla base di presunti parametri di “virtuosità” riferiti al triennio 2001-2003.
In rapporto all’introduzione di questo nuovo schema di valutazione e distribuzione delle risorse, 27 Atenei vengono privati di finanziamenti, destinati contestualmente alle realtà universitarie più “virtuose”.
Dei 27 Atenei in questione 24 sono Atenei meridionali, conseguenza automatica dell’operatività dei parametri che si è inteso adottare nella “valutazione” delle istituzioni accademiche. Tra i parametri in questione figurano: la capacità degli Atenei di attrarre finanziamenti esterni; la percentuale di laureati che trovano un’occupazione a tre anni dalla laurea; la valutazione della didattica basata su meri criteri quantitativi. E’ evidente come si tratti di parametri che concretizzano la precisa volontà politica di creare un sistema universitario “a due livelli”, ancorato rispetto ad un quadro di riferimento economico-territoriale.
Le possibilità di attrazione di finanziamenti esterni sono infatti strettamente correlate al contesto economico dell’Ateneo. La presenza di imprese che investono sulla ricerca applicata e l’azione di promozione scientifico-culturale delle Fondazioni Bancarie costituiscono i principali elementi capaci di incidere in rapporto a tale criterio di valutazione. Su questo piano Foggia non presenta certo le stesse potenzialità di Milano, o Palermo quelle di Torino. Si tratta inoltre di una scelta che tende a privilegiare le Università monotematiche, quali sono i Politecnici, rispetto alle Università generaliste che coprono ogni ambito della conoscenza, della formazione e della ricerca.
Quanto alla percentuale di occupati a tre anni dalla laurea è evidente come sia ancora una volta l’ambito socioeconomico, e non il livello della formazione universitaria, a determinare la posizione degli Atenei nelle classifiche. Non considerare il livello di disoccupazione e l’effettivo indice di sviluppo economico di un territorio vuol dire rinunciare, di fatto, ad ogni pretesa oggettività nel determinare i criteri di attribuzione dei finanziamenti. Considerazioni analoghe risultano attinenti anche al terzo criterio preso in esame, in quanto, una valutazione della didattica basata su meri criteri quantitativi rende penalizzante e gravoso il peso degli studenti lavoratori: l’esigenza di svolgere un’attività lavorativa, il più delle volte in nero o precaria, parallelamente al percorso formativo universitario è in fatti particolarmente diffusa nelle aree meno progredite economicamente del paese. A ciò si aggiunga come “incentivare” in questi termini la velocizzazione generalizzata del conseguimento della laurea, contrasti con l’asserito spirito “meritocratico” della riforma, dando origine ad atteggiamenti opportunistici diffusi. E’ dunque evidente come sia in atto un progetto di trasformazione del sistema universitario italiano che punta a valorizzare le realtà accademiche presenti nelle aree più produttive del paese a svantaggio delle altre.
L’obbiettivo che viceversa andrebbe perseguito è quello di riportare la riflessione politica sull’Università in rapporto al “sistema paese”, respingendo una logica di sviluppo “per aree” che sembra sia diventata prevalente. La competizione globalizzata può essere retta solo da sistemi complessi ed estesi. Integrazione e sviluppo sinergico sono gli elementi che hanno determinato ovunque il successo nella realtà globale: “la politica delle piccole patrie” va nella direzione contraria allo spirito del tempo che viviamo. In questo quadro non bisogna tuttavia cedere alla retorica difesa dell’esistente, ma sostenere con forza un processo di razionalizzazione del sistema universitario che riduca gli sprechi e renda più produttivo e qualificato il processo formativo. La proliferazione di inutili corsi laurea, la diffusione di sedi distaccate spesso superflue e costose, meccanismi di selezione dei docenti che sovente rispondono a logiche ben diverse rispetto agli asseriti criteri meritocratici, costituiscono alcuni di quegli elementi che rendono necessaria una riforma che vada nella direzione di rendere più moderna ed efficiente l’università italiana. Non è inoltre accettabile che gli aumentati costi finanziari della gestione degli Atenei vengano trasferiti “automaticamente” sulle spalle degli studenti, come di fatto sta già accadendo. L’accesso alla formazione costituisce uno dei principali fattori di promozione sociale e rappresenta un elemento indispensabile per un sistema che voglia essere realmente democratico nelle opportunità. Occorre avviare una seria riflessione che, rifuggendo dalla retorica d’occasione che su questo tema abitualmente si spreca, sia capace di tradursi in provvedimenti concreti e mirati. E’ necessario immaginare dei “distretti” universitari che, stabilendo rapporti di coordinamento e di interazione sempre più stretti tra i diversi poli accademici, rendano l’alta formazione al sud uno tra i fattori portanti di una capacità di sviluppo. La nostra associazione intende sollecitare costantemente con studi, ricerche ed analisi, la riflessione e l’iniziativa politica su questo tema.


