La memoria dell’Ateneo, i suoi studenti e la fede nella crescita

“Questo delle troppe università, insieme con l’altro dei pessimi costumi di certune università che sono focolari o palestre di un camorristico procacciarsi la vita – come appunto mostrava il Salvemini di quella di Napoli – è uno dei peggiori danni del nostro insegnamento superiore. Ora che il terremoto sopprime una città italiana, e con essa un’università, dovrebbe essere inteso che questa seconda soppressione è definitiva. E, se Messina dovrà risorgere, si potrà compensarla in altro modo; seppure è il caso di parlare di compensi e non di un conto nuovo di dare e di avere. Ad esempio si potrà istituire nella nuova Messina delle scuole professionali, adatte alla Sicilia, o una scuola superiore di commercio. Ma di università non si parli più; ed ai professori superstiti si provveda diversamente, sin da ora”.

Romolo Murri,

La Voce, 14 Gennaio 1909

“Il problema delle troppe università però sta accanto a quello delle poche. La Sicilia ne ha troppe, ed è bene cogliere l’occasione e cancellare quella di Messina, ma il Mezzogiorno ne ha poche, e bisognerebbe creare quella di Bari, antica aspirazione delle Puglie, e mezzo di svenare l’apoplettico e mostruoso accumulamento di professori e di studenti che v’è a Napoli. Sarebbe questo l’unico aumento giusto. Per il resto d’Italia il coltello chirurgico non lavorerebbe mai abbastanza. Pensare che in una nostra regione, e non delle grandi, si posson sentire in un giorno tre lezioni in tre università diverse, senza neppure adoprare i treni diretti!”

Giuseppe Prezzolini

La Voce, 14 Gennaio 1909

“La discussione sulla risurrezione di Messina non è finita con l’ultimo voto parlamentare. Sulle rovine della bella dominatrice dello Stretto o lì vicino sorgerà la città nuova certamente; ma non risorgerà Messina, con le sue opere d’arte, la sua Palazzata, le sue vie caratteristiche, il suo bel porto. Avremo una specie di accampamento di baracche, che prenderà il nome di città moderna e potrà diventare, anzi diventerà certamente, un centro fiorente di attività, economica e di vita industriale e mercantile; ma ogni legame spirituale tra Messina, come ci era giunta attraverso quattro o cinque civiltà diverse e tutte grandi, e la Messina rinascente è rotta, poiché la vita intellettuale è dispersa se non distrutta. Sarà possibile ricomporre artificialmente l’ambiente intellettuale così come spontaneamente si viene ricomponendo l’ambiento economico? Non pare”.

Prof. G. A. Andriulli,

Avanti! – 24 gennaio 1909

“Per iniziativa del Rettore della Università di Messina, prof. Di Marzo, alle ore 15 di ieri si riunivano, nella ventunesima aula del palazzo della Sapienza, i membri superstiti del corpo accademico della Università stessa, in numero di 21, per occuparsi dell’avvenire del loro ateneo. Dopo una lunga ed animatissima discussione, venne presentato un ordine del giorno col quale il corpo accademico, dopo aver espresso il suo cordoglio per la morte di tanti colleghi e discepoli ed il suo plauso per il proposito di mantenere a Messina il suo ateneo, con tutta quella completezza di mezzi scientifici e di organamento amministrativo, che garantisce la efficace attività scientifica e didattica di un primario istituto universitario … il comma che afferma la necessità di conservare a Messina il proprio ateneo fu approvato con solo diciotto voti favorevoli, astenuti i professori Savignoni, Ussani e Ciccotti”.

La Tribuna, 31 gennaio 1909

“Ecco perché oggi parliamo di rinascita dello Ateneo. Volle questa fiera ed indomita Città, volle l’Italia ed il suo Governo volle che Messina tornasse alla vita di un giorno; ma ciò non era possibile senza far risorgere il suo Ateneo che ha sempre rappresentato la intelligenza, la cultura, l’anima di Messina. Vero è che il cataclisma successo distrusse Messina la bella, la ricca, la forte, la colta, la nobile e civile città, ma non poteva un fenomeno tellurico distruggere quel che è al di sopra di lui, non poteva spegnere le glorie della vita morale di un popolo”.

Magnifico Rettore Giuseppe Oliva,

Inaugurazione dell’anno accademico 1909 – 1910 (relazione presente nella sezione Storia Ateneo del sito)

“Sappino i novelli Maramaldi che non è possibile uccidere l’ateneo di Messina. Cadde sotto gli spagnuoli perché il paese si era ribellato alla tirannia straniera; ma ora è risorto da mezzo secolo a vita novella e gloriosa. Messina nel suo risorgimento vuol ripristinati tutti gli uffici e tutti gli istituti che la adornano. Essa non ha commesso alcuna colpa per perderli. Ma specialmente poi Messina ci tiene all’esistenza dell’Università perché è dai centri di cultura che può tosto venire il progresso civile del paese”.

Prof. Casagrandi

Gazzetta di Messina e delle Calabrie, 16 maggio 1910

“Gli studenti universitari, riuniti in solenne assemblea constatato che l’opera del Governo appare solamente intesa a fare dell’Università una concessione formale e non un elemento di cultura superiore; considerando che è indegno mantenere ancora questo ateneo in uno stato antigiuridico; constatata che è menzognera l’asserzione della mancanza di locali; protestiamo vivamente presso il governo centrale e faremo voti che per quest’anno sia ripristinata la facoltà di Scienze, essendo già la facoltà provvista del materiale indispensabile per il funzionamento. Denunziamo alla cittadinanza il presente stato di cose lesivo della dignità e del decoro di Messina. Deliberando un voto di protesta contro il rappresentante del Governo Consigliere Delegato Cav. Moro per la forma sbarazzina con la quale considera le legittime aspirazioni degli studenti di uno dei più gloriosi atenei d’Italia”.

Gazzetta di Messina e delle Calabrie, 21 ottobre 1910

“Mentre con uno degli sforzi più poderosi che abbiano onorato la storia umana, più bella e più attiva risorge in tutte le sue manifestazioni la nostra Messina, una trinità di professori infallibili che odiano la residenza dove, come da noi «La vita ora è infinitamente più cara e più disagiata di prima» si riunisce a Roma per informare la turbe che male si era fatto nel riaprire il nostro ateneo; che peggio si opera se non si sopprime la facoltà di Lettere e Filosofia non essendovi qui né libri, né aule scolastiche, né studenti, che da noi «l’insegnamento non è decorosamente e materialmente possibile e lo  si richiede per un movimento tutto artificiale che ignora o disimula a sé stesso i veri interessi pubblici … Per gli studenti che per l’Università di Messina non ci sono, il professor Ciccotti – il presidente dei nostri denigratori – ebbe l’onore di una cattedra ufficiale, da questo stesso ministro Nasi contro il quale pronunciò le più violente ingiurie”.

Gazzetta di Messina e delle Calabrie, 8 dicembre 1910

“La citata legge del 28 luglio 1911 ci dà i mezzi per provvedere alla ricostruzione dell’Università con tutti i suoi gabinetti scientifici, colle chimiche, colla biblioteca; il fondo prodittatoriale e gli altri fondi, che di anno in anno vengono accantonati per i futuri bisogni dell’Ateneo, basteranno ad arredare i nuovi istituti in modo degno delle nobilissime tradizioni dell’Università di Messina, affinché la medesima risponde in tutto ai nuovi bisogni della scienza. Avanti dunque, con l’occhio fisso alla meta nobilissima e con l’animo preparato alla lotta, se occorrerà lottare per il conseguimento di questo ideale. Ecco la via che intendo seguire con voi per il decoro e per l’integrità dell’ateneo messinese”.

Magnifico Rettore G. B. Rizzo,

Annuario della Università di Messina 1911 – 1912

L’Università e la città di Messina hanno dovuto più volte nel corso dei secoli rivendicare e difendere con tenacia e determinazione, la viva aspirazione ad una istruzione superiore di alto livello. Il legame endemico tra la città e la propria università, che ha visto nella passione profusa dagli studenti una delle manifestazioni più evidenti, appare il tratto caratteristico della storia dell’ateneo. Il Messanense Studium Generale viene istituito formalmente il 16 novembre del 1548 con la bolla papale Copiosus In Misericordia Dominis emanata dal Pontefice Paolo III. Tuttavia, la formale inaugurazione dei corsi, stabilita dal bando senatorio del 29 aprile del 1550, rimane un atto puramente nominale in quanto l’attività dell’istituzione viene ostacolata dai contrasti con la Compagnia di Gesù, che rivendicava il controllo dello Studium, e dal preteso monopolio sugli studi universitari dell’isola vantato dalla città di Catania. Nel 1556 la città di Messina riesce ad inaugurare il proprio ateneo, prevalendo tenacemente sulle aspirazioni catanesi e sottraendo ai gesuiti il controllo dell’istituzione, che manterrà una decisa impronta laica. La prima fase della storia dell’ateneo, segnata da una gestazione complessa e difficoltosa, ma caratterizzata dall’espressione tenace di un profondo sentimento di orgoglio, si interrompe nel 1678, in quanto la chiusura dell’ateneo viene stabilita nel quadro di una serie di provvedimenti sanzionatori stabiliti a seguito di una rivolta antispagnola che aveva visto nei docenti dello Studium alcuni tra i sostenitori più convinti ed attivi. Soltanto il 29 luglio del 1838 un decreto di Re Ferdinando II consente la ricostruzione dello “Studium”, elevando la locale Accademia Carolina al rango di università. E’ ancora una volta una ribellione antiborbonica a determinare nel 1847 la nuova chiusura dell’Ateneo, che rientrerà in attività due anni dopo con la vessatoria limitazione di non poter immatricolare studenti provenienti dalla Calabria e da altre province siciliane. Dopo l’unificazione d’Italia, la legge Matteucci del luglio del 1862 differenzia gli atenei italiani entro due differenti categorie, relegando quello di Messina nella seconda. Le conseguenze del declassamento sono molto penalizzanti per l’istituzione universitaria in quanto determinano la dequalificazione e la riduzione dei corsi di laurea, nonché la decurtazione di buona parte dello stipendio dei docenti. Ancora una volta è l’orgoglio della città, concretizzatosi nell’iniziativa di Provincia, Comune e Camera di Commercio ed Arti, a consentire all’ateneo di recuperare nel 1885 il rango di università pareggiata di primo grado. Si costituì infatti un consorzio in grado di versare allo Stato la somma di 110.000 lire annue, necessaria per equiparare gli stipendi dei professori messinesi con quelli delle università di primo grado e per attivare gli insegnamenti delle facoltà di Lettere e Filosofia. Il sisma del 1908 assume per l’Università, come per l’intera città e per la comunità dello Stretto, la dimensione di un’autentica catastrofe: una parte consistente del corpo docente perisce, biblioteche e attrezzature scientifiche vengono distrutte, le strutture dell’ateneo subiscono danni straordinari.

La memoria delle vicende passate e la consapevolezza di quanto le genti dello Stretto abbiano legato aspirazioni presenti e prospettive future allo sviluppo dell’Università, non possono non indurre ad apprezzare ed a celebrare una realtà così preziosa per la vita stessa e per l’identità autentica di un territorio

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